domenica 24 febbraio 2019

la meccanica della mortadella – nota in ricordo di claudio lolli

ho saputo ora, vagando come capita sul web, che il 17 agosto scorso era morto claudio lolli, in un periodo per me per altro molto particolare. certamente la notizia avrà avuto meno risalto di quella del primo ruttino del figlio della influencer.  ma prescindiamo dalle classifiche di gravità delle notizie, che sarebbero interessate poco anche a lolli.
in una bella nota fulvio abbate contrapponeva la virile, leopardiana lucidità di lolli al floscio jovanottismo dei nostri tempi, e ricordava lo splendido disoccupate le strade dai sogni, esatta profezia di quello che ha fatto la politica in questi anni.
claudio lolli è stato in fondo, e suo malgrado,  uno dei padri culturali della mia generazione e mio in particolare, così come mi sento legato allo spirito situazionista del ’77. 
ho sempre rivendicato l’importanza culturale  del rock, inteso nel senso più ampio, e comprensivo anche della canzone autoriale italiana. la musica rock è stata una delle grandi, profonde innovazioni linguistiche del secolo scorso, quella che ha più inciso sul piano sociale, grazie alla sua enorme diffusione. è stata l’unica cultura alternativa vincente, che non sia rimasta una confabulazione fra addetti ai lavori.
preceduta dal jazz, il blues,  il rock’n roll, il country di dylan, e ovviamente beatles e rolling stones  (se mi è permessa questa sintesi rozza a volo d'uccello)  ha a mio avviso prodotto un'effettiva discontinuità, una reale mutazione percettiva con pezzi fondamentali dei procol harum, i velvet undergound, hendrix, doors, cream, robert wyatt, e ha  raggiunto il suo acme e la sua classicità col rock psichedelico e il progressive dei primi anni 70 -  pink floyd, genesis, led zeppelin ecc, in italia area, napoli centrale e pfm, e tutto  il seguito che vogliamo includere. a partire da un’innovazione tecnica – l’introduzione della batteria, della chitarra elettrica e dei sintetizzatori – il rock ha scoperto nuovi territori psichici, estratto nuova materia emozionale. le sue scansioni ritmiche dure e battenti  hanno forzato il corpo degli ascoltatori, hanno aperto nuove porte sinaptiche come voleva william blake, non per nulla ripreso prima da ginsberg e poi dai doors, e hanno permesso che vi defluissero altri segni, altre connessioni e articolazioni psico-fisiche. il rock ritrova il corpo dimentcato a partire dai suoi ritmi generatori, quello respiratorio e quello cardiaco, che a loro volta assecondano quelli cosmici. la pulsazione di fondo dell’universo diventa prima danza e musica nella percussione afro, e poi veicolata dal primo jazz viene portata al rock che la elabora in forme più ampie e culturalmente complesse. nella musica colta l’origine, se vogliamo, è in beethoven – non per nulla mito dell’ultra-rock alex di kubrick – o in certo rossini, ma riannodati alla musica popolare, e arricchiti dal passaggio attraverso le avanguardie musicali e artistiche del primo novecento (in molti autori, come brian eno e frank zappa, questo legame è esplicito).  attualmente, il rock sembrerebbe aver esaurito la sua funzione innovativa , e la ricerca più interessante oggi si svolge probabilmente in certe aree di confine fra jazz, sperimentalismo e musica etnica (il Golden standard è rappresentato forse dal programma Battiti di rai 3).

la musica cantautoriale italiana, per quanto spesso sottostimata da una certa pendenza esterofila della critica,  nasce naturalmente da questa temperie e cultura - e in ciò si differenzia dalla canzone francese degli anni 60 – ma italianamente la leviga e melodizza. è anche da dire che la qualità dei testi degli italiani – siano le poesie musicate che sono talvolta quelli di de andrè, guccini o de gregori, o le scritture da musica di area, pfm, james senese – è mediamente assai più alta di quelle anglo-sassoni, persino del nobel dylan.

inserisco a questo punto una nota sul nobel a dylan – contestato autorevolmente e fondatamente da veri poeti come valerio magrelli. è indubbio quel che dice magrelli, un testo musicale non è una poesia, perché è funzione della musica, perché trae la sua forza dall’accentuazione melodica della parola, e perché di conseguenza, preso in sé, veicola un contenuto poetico, concettuale, logico, immaginativo, molto più povero di un poema.

ma ragionando con lo stesso rigore, è l’istituto del nobel in sé che non ha senso. una competizione fra prodotti artistici è come una competizione fra preghiere,  o fra forme delle foglie di un albero. in un certo senso, anzi, si può dire che il valore profondo della poesia sia proprio questo, celebrare il mondo in quanto è il mondo, al di là della insipiente logica del quantitativo che lo domina. il nobel ha un significato e un valore esclusivamente sociale e politico, e in questo senso il nobel a dylan è appunto il giusto riconoscimento del valore sociale e politico che ho rivendicato al rock.

un altro interessante fenomeno, tutto da indagare, tipicamente cantautoriale, è quello che potremmo chiamare idiotismo fonetico, o autofonia, o autologia fonetica.  nel trapianto in un altro corpo le canzoni dei cantautori subiscono sempre un degrado. questa dipendenza è segno dell’intima connessione fra il loro corpo e i segni che emette, di un’integrazione e compatibilità molto profonda fra segno e phoné, fra parola, suono e voce. nelle costruzioni più riuscite, quelle parole sono fatte per modularsi in quella melodia, e quelle parole e quella melodia sono fatte per essere vocalizzate da quel corpo. il segno sembra seguire un percorso necessario e quasi fatale. questo fenomeno, da cui può risultare una forza espressiva potenziata, non mi pare che abbia precedenti né musicali né artistici in generale – per quanto non possiamo sapere come bach si suonasse o magari cantasse. 

in realtà è stato forse proprio lolli che ha raggiunto il miglior equilibrio – il suo equilibrio squilibrato e dissonante, ruvido, sporco, stridente  -  fra qualità del testo cantautoriale e struttura musicale, soprattutto  in disoccupate le strade dai sogni, ma anche nel più compiuto e espressivo ma meno elaborato musicalmente ho visto anche degli zingari felici.

non credo di esprimere una preferenza personale ponendo su un piano inferiore le tradizionali ballate, pur talvolta intense e memorabili,  dei lavori precedenti – in particolare l’aspettando godot con la famosa copertina della 5000 lire. qui lolli effettivamente non va molto oltre (ovvero ci va, ma poco) quel pessimismo adolescenziale con cui lo hanno da sempre bollato e liquidato i detrattori. la speranza politica dischiusa dal movimento del 77, ha invece fecondato quell’inquietudine amorfa, gli ha rivelato la radice e la motivazione più profonda della sua insoddisfazione, e nello stesso tempo l’ha ossigenata,  brillata, catalizzata, l’ha trasformata in azione estetica e politica. la piazza – piazza maggiore – è diventata il simbolo del convegno e l’intersezione di quelle speranze, attraversata da figure vive e indimenticabili come l’anna di francia, o il ragazzo che scrive sul muro. il suo intellettualismo, ha trovato problemi politici concreti e urgenti a cui applicarsi , da cui sono scaturite acute analisi come quella sulla socialdemocrazia, o apologhi perfetti come la morte della mosca. la sua passione inibita è stata re-suscitata dalla condivisione degli ideali e l’entusiasmo collettivo della bologna di quegli anni.

e quello che la città ha dato a lolli, lolli ha dato alla città. versi come riprendiamoci la vita, la terra, la luna e l’abbondanza – hanno migrato sui muri delle città e nei cori che si alzavano dai cortei, allucinazioni cantate come incubo numero zero potranno essere rilette in eterno come una perfetta descrizione della grottesca ambiguità del potere (disoccupate le strade dai sogni/ e continuate a pagare l’affitto/ e ogni carogna che abbia altri bisogni/dalla mia immensa bontà sia trafitto).

se dovessi indicare una triade dei cantautori che amo di più, farei i nomi divaricati di de andré, di battisti e di lolli. de andré,  pur avvalendosi di idee musicali e testuali spesso non originali, al punto di essere stato accusato di essere un grande plagiario, ha dato alla forma canzone italiana un’intensità a mio avviso insuperata, ha stabilito dei punti fermi. valgano come esempio per tutti la guerra di piero o il testamento di tito. lucio battisti rappresenta un tipo artistico molto differente, disimpegnato o inconferente sul piano politico-sociale, spesso fin troppo orecchiabile tanto da risultare il più commerciabile dei 3, ma la sua straordinaria capacità di plasmare i suoni del mondo, di impastare in forme sonore ogni emozione, impressione e percezione, ha prodotto degli oggetti sonori, degli enti melodici, che sono entrati a far parte dell’immaginario di ciascuno di noi. escludo che i magrelli o anche, se lo avessero conosciuto, gli stockhausen, non abbiano mai virtualmente canticchiato una canzone di battisti sotto la paradigmatica doccia – così come strawinski e varese si dichiaravano onestamente ammiratori di puccini. se così come scorre l’acqua dal doccino, scorre dal nostro corpo la sequenza melodico-verbale “mi sono informato c’è un treno che parte alle 7.40”, dobbiamo ammettere che quell’invenzione si è fatta cultura, è diventata cosa sonora – apparentemente immateriale, in realtà adesa su un supporto fisico e consistente – si è raggrumata in un nuovo simbolo emotivo, ha codificato un nuovo sentimento.  il perenne stato di grazia inventiva di battisti è riuscito a tradursi infine nella sua fase bianca in una forma elegante, seriale e matematica, profondamente innovativa, grazie anche alla sinergia con i testi audaci e fosforici di panella.

in lolli questa simbolizzazione è stata prodotta indubbiamente in maniera più discontinua, ma probabilmente con una più alta coscienza politica e estetica, anche nel raffronto con de andré, che in tal senso si è discostato poco dai suoi modelli francesi, soprattutto brassens.

le paturnie di lolli sono state spesso anche paturnie musicali, per non dire dei suoi problemi vocali che negli ultimi anni erano diventati pregiudizievoli.  ma quando lolli si ricompone, trova quello che manca agli altri: la capacità di esprimere in segni nuovi cose nuove, la poesia intrisa d’etica. tante disarmonie lolliane, tanti anti-edonismi che alle prime non dico che mi irritavano, ma incagliavano il flusso emotivo, alle seconde, alle terze e cioè alla lunga mi restavano dentro con una presa tenace. c’è per esempio in alba meccanica a un certo punto questo verso: (la socialdemocrazia) è la meccanica della tua morte (refrain)  / è la meccanica della/ tua morte della. sorvolando sulla straordinaria audacia della metafora, quel rimbalzo finale della preposizione mi era sembrato sempre un po’ forzato, un modo di far tornare i conti metrici e nello stesso tempo fare superfluamente i “moderni” . al punto che dentro di me lo parodiavo: è la meccanica della /tua mortadella. e invece ora, da qualche giorno, dopo averlo riascoltato, è proprio quel verso sghembo, assurdo, scazonte, pendulo che mi martella insieme al ricordo di claudio.  c’è sempre un momento e un ambiente in cui le disarmonie di lolli riconfluiscono, le dissonanze consonano.






PS Battisti era fascista? No


interessato come sono ai rapporti fra etica e cultura, ovvero fra nuda vita e linguaggio, ho approfondito la questione. la risposta è no, anzi si poteva considerare un liberale e libertario di sinistra, ma disinteressato alla politica militante. la voce è nata dal fatto che erano orientati a destra il padre e la famiglia, e dal suo disimpegno in un’epoca di cantautorato militante. ma: 1) le sue rare dichiarazioni in merito e le testimonianze degli amici attendibili parlano o di disimpegno (mogol e altri) o di liberalismo e voto, forse occasionale, al partito radicale (lauzi). 2) soprattutto vale ciò che emerge dai suoi testi, che seppure scritti da mogol e panella, erano concordati , selezionati, suggeriti, talvolta integrati da battisti stesso (testimonianze varie, fra cui quella del padre), tanto da esprimere inequivocabilmente una visione del mondo molto coerente e definita, che è specifica del duo battisti-mogol, e non si ritrova nei testi del solo mogol. questa visione è più vicina a un libertarismo, ribellismo, egualitarismo, ecologismo, anticlericalismo e panteismo, pacifismo, anti-ideologismo espressi in quegli anni dalla politica del partito radicale (prima del viraggio a destra), che non a un’ideologia di destra. per molti aspetti si avvicina anzi addirittura all’anarchismo. in gente per bene gente per male il protagonista, respinto dai borghesi benpensanti a causa delle sue origini umili (mio padre è guardia comunale/ mia madre lavora in ospedale/per questo tu non sei a noi uguale) , rivendica i valori dell’uguaglianza, della solidarietà, degli affetti, e infine si rifugia fra le braccia di una prostituta, esattamente come un eroe di de andré. il sentimento erotico e amoroso, fondante di tutta la visione battistiana, è espresso diffusamente in termini anti-conformisti, spregiudicati, poligamici, radicalmente anti-borghesi (come un’aquila può diventare aquilone... ma frequentemente anche la donna rivendica il suo diritto all'indipendenza sessuale), fino a raggiungere punte estreme, mai toccate nemmeno da scandalosi campioni della sinistra come pasolini o penna, ne Il salame, in cui si narra con partecipata  commozione, l’iniziazione sessuale di un bambino di 5 anni (fra un anno io vado a scuola) da parte di una donna matura, presumibilmente una prostituta brasiliana (...alzati in punta di piedi, appoggiati contro di me.... urca guarda cosa c’è: il salame) – con una simbologia piuttosto criptica, surreale e quasi iacovittiana, tipicamente mogoliana nel linguaggio (abbondano  altrove banane e ortaggi vari oblunghi) . Anche l’ecologismo e il panteismo permeano tutti i testi più famosi, e improntano peraltro le sue scelte di vita (giro d’italia a cavallo, vita in campagna ecc.).  certo battisti era anche anti-ideologico, e insofferente quindi a molti –ismi di sinistra di quegli anni, e sicuramente gli mancava il sacro fuoco dell’impegno militante. ma è evidente che la sua vita e la sua opera esprimono una visione assolutamente coerente con quella libertaria e progressista del rock di quegli anni.  

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