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Joaquin era un poveraccio senza arte né parte, ma aveva una
certa fama nella zona come autore di canzoni, come poeta e come fotografo
dilettante. La sua famosa ballata Maria Santiago y la luna, era conosciuta in tutta la zona, ed era
diventata l’inno ufficiale della fase calante delle sbornie, quel momento in
cui l’ebbrezza del ron cede il posto alla malinconia e ai bevitori si mostra in
un istante tutta l’inafferrabile lontananza della realtà. L’aveva scritta in
gioventù, dopo che aveva sorpreso il grande amore della sua vita in
colloquio intimo con un allevatore di capre,
al lume di una enorme e romantica luna caraibica, e a cantarla con la
sua voce arrochita e flebile, accompagnandosi con la chitarra mezzo sfasciata,
ancora ci si commuoveva.
Ma Joaquin aveva reagito, o forse era andato avanti in un
suo mondo astratto e stralunato, il mondo della chitarra e della poesia, dopo
che la sua vita nel mondo terreno era fallita. Così che la sua sensualità potente, dilatata dalla fantasia, finiva per
avere una forza maggiore di quella degli animali terrestri dotati di maggior
vigore fisico e di maggior interesse riproduttivo. Joaquin non si era sposato,
ma insidiava tutte le donne non tanto con concrete proposte erotiche, verso cui
le caraibiche erano in generale sanamente e naturalmente ben disposte,
quanto con i suoi discorsi indiscreti e impudichi, che cercavano sempre di
penetrare in un punto della donna più inaccessibile che non il fondo vaginale.