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giovedì 26 giugno 2014

nota su troisi – l’imbarazzo di essere napoletano

imbarazzo: dal portoghese baraço, fune: essere legati, ingombrati. ciò che ci ingombra, ciò che ci imbarazza, è sempre il corpo che ci portiamo dietro. il corpo che pesa, che ostruisce, che suda, il corpo che è visibile e riprovevole, il corpo che un giorno puzzerà, marcirà, sarà un fagotto floscio e inutile  – il corpo che è l’animale che ci portiamo sempre dietro, meccanismo di pulsioni egotiche, di reazioni incontrollabili, di bisogni elementari e primordiali.

tutto il valore di massimo troisi è nella sua finissima capacità di esprimere l’imbarazzo. troisi è il minuzioso cesellatore, l’esatto formulatore somatico dell’imbarazzo, questa è la chiave di tutto il suo lavoro. fra tutte, si pensi alla scena di scusate il ritardo dove conclude  che la bambina è meglio che se la mangia il fratello , o a quella in cui chiede allo stesso i soldi per il regalo alla madre (tutto su youtube).

domenica 23 marzo 2014

io vado a napoli




 
 
io vado a napoli.

a “io” corrisponde un corpo, a “vado” corrisponde una traslazione nello spazio di quel corpo, a “napoli” corrisponde un conglomerato di pietre disposte in un certo modo ecc., “a” è una bolla vuota nella frase, e perciò mi ha sempre interessato.

mercoledì 6 marzo 2013

le città senza scienza



la nostra specie è così intimamente gregaria che non può esistere crimine che non sia commesso al di fuori di una tacita, diffusa, oscura approvazione da parte di tutti gli esseri umani. non esiste crimine che non sia commesso nell’aspettativa di un riscontro umano, e di cui dunque non siano responsabili tutti gli uomini che lo riconosceranno: da coloro, parenti o gruppo sociale, che ne trarranno beneficio; al giornalista che più o meno compiaciutamente, o anche solo raccontandolo, ne sosterrà la mitologia; fino allo sconosciuto la cui vita comunque si sorregge a quell’impalcatura solidale di riconoscimenti reciproci che è l’umano.
in questo senso, la definizione di delinquente è una sorta di delega collettiva a delinquere, e solo quella di folle, escludendo ogni riconoscimento, esclude ogni nostra responsabilità.
(il delinquente non ci spaventa – come il folle – perché straniero, perché irriconoscibile, ma perché riconosciamo in lui il nostro sicario, e nello stesso tempo perchè sappiamo che il
suo delitto può tornare al mandante).
il folle ci spaventa perché non sappiamo cosa farà, il criminale perché sappiamo cosa farà. nel folle si spalanca l’abisso di ciò che non siamo, nel criminale quello di ciò che siamo