mi sembra che gli altri non sono veramente nel mondo, e io
sfortunatamente ci sto. rispetto agli altri, con le loro collocazioni ben
definite, col loro posto e il loro contorno, mi sento una struttura porosa e sfatta nel
mondo, coi fronti disciolti, sguarnita. mi sembra, quando vedo un colore o un
palazzo o la feritoia dell’occhio nel corpo di un altro, che queste cose mi si
attacchino, stingano sul mio corpo, che tutti i punti di questi oggetti mi
contagino i loro sussulti, la loro configurazione cromatica o i loro desideri
(macerano nel mare,
colorati e leggeri, i corpi senza più lingua dei somali, dei berberi, dei
senegalesi... immenso brodo per pescecani, bollito misto servito freddo...
l’acqua si fa iridescente per lo sversamento di futuro e desideri...colliquanti
dal cervello e dalla polpa giovane e bruna...il poter-percepire, fuoriuscito, fa bolle, l’amore chiazze grassose...dove c’era un bambino, l’alone era più svaporato e tenue, e insieme più acre... gli occhi grandi e aperti si ammollano, e guardano i pesci, la luce
e il blu, molto blu... passano i gozzi dei pescatori, e invece dei tonni e le
palamite, caricano il nuovo pesce tropicale, il pesce-uomo...)