uscire dal linguaggio
- ci è possibile? no. perfino quando sogniamo, deliriamo o agiamo in preda
all’impulso più cieco, noi siamo sprofondati nella lingua, ci siamo dentro come
lo siamo nell’aria, più radicalmente come lo siamo nello spazio. il linguaggio
è il materiale che ci costituisce in quanto esseri coscienti, in quanto ci
differenziamo dalla pietra.
metto un accapo, lascio alcuni spazi vuoti nella riga. ebbene, anche in quello spazio, in cui apparentemente desisto, manco a me stesso, io ho parlato, e detto questa assenza. quel vuoto è informativo e pertinente, è uno zero algebrico ottenuto da un’addizione e una sottrazione, è parola rimossa e mai silenzio.
quel che è possibile, forse, è porsi sul punto distale, sulle ultime propaggini di lingua – e da lì sporgersi sul non-linguistico, sentirne la vertigine, auscultarne i segnali... porsi in ascolto di quella specie di ronzio che viene dall’altra parte, del ronzio del nulla. il che significa, wittgenstanianamente, assumere coscienza dei limiti del linguaggio e della razionalità.
metto un accapo, lascio alcuni spazi vuoti nella riga. ebbene, anche in quello spazio, in cui apparentemente desisto, manco a me stesso, io ho parlato, e detto questa assenza. quel vuoto è informativo e pertinente, è uno zero algebrico ottenuto da un’addizione e una sottrazione, è parola rimossa e mai silenzio.
quel che è possibile, forse, è porsi sul punto distale, sulle ultime propaggini di lingua – e da lì sporgersi sul non-linguistico, sentirne la vertigine, auscultarne i segnali... porsi in ascolto di quella specie di ronzio che viene dall’altra parte, del ronzio del nulla. il che significa, wittgenstanianamente, assumere coscienza dei limiti del linguaggio e della razionalità.