Ugo Simeone si rapporta a uno
spazio totale. Le sue icone dovrebbero galleggiare “en abyme”, nel plasma intersiderale
privo d’aria, ma poiché ciò non è materialmente possibile e peraltro
ecologicamente accettabile, egli le fa sorgere dal bianco o dal nero puri.
Nelle opere precedenti, da Colpo a Icona, l’oggetto rappresentato scaturiva dal
nero - e poteva essere la buccia di un mandarino, o una figura in croce enigmatica
e abbagliante. Quelle figure erano potentemente sintetiche, prive di dettagli e
analisi, dunque astratte. In Matrice, Simeone si addentra invece nelle minuzie
del reale, cesellandole interminabilmente grazie alla sua paziente perizia, e
avvalendosi della sua leggendaria batteria di matite; e le sospende nel bianco
di un grande foglio di carta Fabriano adeso a una lamina metallica. Traccia in
tal modo un percorso dalla luce alla luce riflessa, dalla forma alla sostanza, dal
fenomenico al biologico. Si tratta di un biologico che tuttavia, non essendo
identificato, apparendo del tutto decontestualizzato, si rovescia di nuovo
nell’ontologico.