domenica 17 giugno 2018

il sistema azteco-austriaco

                                                                 thebest


vulva, cresta e occhi sono i 3 caratteri distintivi della bestia al centro dell’organismo-folla... in preda a convulsioni, a spasmi, a singulti, a battiti.... è una carne che batte, che sbatte

 

la carne agitata, la macchina surriscaldata, febbrile  – che assurge in virtù di questa posizione nevralgica del meta-organismo che è la folla, a una specie di funzione regolatrice ( è una diva, un paradigma, un’astrazione, un numero... tainatarner è il numero della donna...)
 

l’animale-folla, spalmato sul prato, pulsa e respira ritmicamente, trasuda e traspira... ha investito il punto apicale della funzione linguistica. come lo sfogo di un follicolo, reclutamento di spettatori come i leucociti del pus.
 

infine la voce...la voce che (per grana, per timbro) è elemento distintivo.... e la voce di questa, la fricazione che fa l’aria sagomandosi e scivolando nel tubo-taina, è una voce anch’essa vistosa, eminente, eccentrica, protuberante....
 

è una voce di carrucola vecchia, è una voce di macchina farraginosa, cigolante, è una voce di grande uccello dalle gambe lunghe... è una voce di vulva, come se la vulva gridasse, si lamentasse o gemesse per l’intrusione insostenibile di un’altra carne... il verso della vulva... aria della foresta, rigata dagli attriti... è una voce terrorizzante... è una voce straziante... è una voce di fiera, è la voce che ha il tremolio lungo della tigre (è un ruggito )

 
poi la canzone, diagramma sensibile di una passione - attraversa e capta una stessa frequenza, un’altezza condivisa delle storie e le biologie di tutti gli spettatori, di tutti gli aspetta-tori. la tora taina, carica la vulva e parte. si sente che la caldaia del dispositivo è una vulva torrida, rovente, incandescente, tubi e ampolle riproduttive straripanti di estrogeni... africa e equatore del corpo... e sulla testa, la cresta imponente di bestia dominante – leonessa maschio, aquila - una vegetazione proliferante di erbe della carne... una specie di insegna di belligeranza... gli occhi, infine, dolorosi e feroci .... in queste contrazioni delle palpebre, in questi lampeggiamenti, in queste sciabolate di lampi ossidrici dell’iride, si è depositata tutta la storia di un popolo... questa macchina d’amplificazione lascia leggere, rovescia in segni decodificabili, espone tutto uno sviluppo di sentire umano, femminile, afro...
  

che è accaduto, oltre al trasferimento di denaro nelle tasche degli organizzatori e della cantante, e al piacere degli aspetta-tori... è accaduto uno spasmo, un evento
 

in mezzo all’acqua del mondo, si sbraccia, barcolla, gesticola, brancica, brancola come un subacqueo, intanto l’aria passa e si producono urla, e c’è una sensazione unanime, e un ruotare intorno a un perno.
 

delle strutture instabili, e perciò in riequilibrio, appoggiate su un piano più consolidato


l’aggancio e il trascinamento del meta-organismo
 

il sincronismo

 
il punto attrattore, individuato in un luogo denso, intensivo (turbolento, animale/primitivo, scuro, energico)

 
lo scorrere del tempo – 4,5 minuti - attraverso questa massa molle

 
c’è un uomo su un lato e gli uomini sull’altro
 

un “un” in un “il”

 
un mentre in battiti

 
un rilascio di felicità
 

qui si produce tempo. la bestia produce tempo. la canzone si fa in un tempo, ma questo tempo lo fa la bestia

 
perché questi spasmi, questi balzi? questa frenesia, questa dissennatezza? non riconosce il posto. si è perduta. dove sta?

è in preda a che, è la preda di che? del tempo? certamente sta “vedendo” il tempo – e ne è terrorizzata. certamente si è accorta che è precipitata in un meccanismo temporale - che la macina. deve guadagnare denaro, e fama, perché deve guadagnare tempo. perché urla? poteva fare il concerto scritto, o sottovoce. urla perché è braccata, è attanagliata, (urla a un tizio che è il migliore, ma non è quello il problema... quello è il migliore a farla dimenticare...ma avrebbe urlato anche una sequenza di numeri). lancia l’allarme, e il segnale si ripercuote  (nella folla...nel branco,  nella carne macinata che capta il segnale)

dove sta? sta lei sola, sul bilico dell’altrui. dopo il confine della sua pelle – in fremito, sudata, orgasmica – si spalanca un’estensione ignota di carni... sono altri. si sporge e prova orrore, soffre di vertigini.

e tuttavia è tutto il sé, quell’altro, quel dell’altro. la folla, la lingua della folla, la lingua dell’umanità, è l’alfabeto di cui si compone la sua storia, la sedimentazione della sua psiche, la sua passione per quel “the best”, la sua posizione nel mondo. ha tutto davanti, tutto il suo dentro è dispiegato nel fuori. tutti i raggi si concentrano nel fuoco, dove brucia lei, congestionata di psichi, saturata, colle nevroglie e il sangue in combustione - escandescenti. questo è il minimo evento che si produce, che fa del suo urlo un’invocazione rituale, uno scongiuro, un’implorazione al dio. e lei crede, tutta la sua agitazione è rovesciamento nel visibile della sua fede. esclama la sua fede.

 

finito il concerto, si accascerà in un camerino, col clitoride gonfio, coi polmoni spompati. ha fatto il concerto, ha aggiunto a sé, ha spruzzato uova intorno.

 

amen amen

 


 

 

un uomo che abbia da dire qualcosa di nuovo – perché per i luoghi comuni non ci vuole nessuna attenzione – può essere ascoltato, in un primo tempo, soltanto da chi lo ami.

                                                                                                                                        simone weyl

 

( siamo un corpo solo, un organismo tentacolare solo, l’umano, irrimediabilmente intercomunicante, intimamente concorde, corrispondente e corresponsabile, un solo continuo fisico e linguistico, appena separati da un po’ d’aria inconsistente, e da un pelle aperta, esposta, carente e perciò sempre avida dell’altrui contatto. nella lingua, poi, nella psiche, in quella cosa o sua spuma che chiamiamo anima, non esiste nemmeno questa separazione giurisdizionale, ognuno respira con le parole, col fiato dell’altro, ognuno vive della storia, delle esperienze e delle regole che ha elaborato la sua comunità, il suo popolo, la sua specie, di tutti i tempi presenti, passati e futuri. ognuno va a estrarre, a prelevare, a reclutare volta per volta le sue parole da questo enorme io linguistico comune e collettivo, e svolge la sua funzione di io per un giorno, per 80 anni, ma poi restituisce il prestito e chi sopravvive è ancora lui, l’umano, la ciclopica nube o alito linguistico che tutti ci permea e di cui tutti siamo parte)

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