domenica 2 luglio 2017

un 4 umano

uscire dal linguaggio - ci è possibile? no. perfino quando sognamo, deliriamo o agiamo in preda all’impulso più cieco, noi siamo sprofondati  nella lingua, ci siamo dentro come lo siamo nell’aria, più radicalmente come lo siamo nello spazio. il linguaggio è il materiale che ci costituisce in quanto esseri coscienti, in quanto ci differenziamo dalla pietra.
metto un accapo, lascio 2 spazi vuoti nella riga. ebbene, anche in quello spazio, in cui apparentemente desistiamo, manchiamo a noi stessi, noi abbiamo parlato, e detto questa assenza. quel vuoto è informativo e pertinente, è uno zero algebrico ottenuto da un + e un -, è una non-parola e mai un’a-parola.
quel che è possibile, forse, è porsi sul punto distale, sulle ultime propaggini di lingua – e da lì  sporgersi sul non-linguistico, sentirne la vertigine, assorbirne le radiazioni... porsi in ascolto dell’inquietante sibilo del nulla. il che significa, wittgenstanianamente, assumere coscienza dei limiti del linguaggio e della razionalità. 

la mia (più che cara) amica paola gambarota, che insegna qualcosa italiana in qualche università americana, commentando il mio precedente post, mi scrive che le risulta difficile capire in che modo io intendo il legame fra scrittura e politica “(se non in tenore filosofico- discorsivo, astratto -  alla Adorno, diciamo)”.
qualche volta certamente io provoco un po’ su questo legame, ad es. qui. ma in realtà ho le idee molto chiare su quale debba essere. io credo che in questo momento storico e politico, dimostratesi inadeguate o impraticabili le ideologie del 900, per cambiare il mondo non è sufficiente cambiare il nostro modo di agire o il nostro modo di pensare, ma è necessario
cambiare il nostro modo di percepire. in altri termini, credo che per cambiare il mondo bisogna cambiare il linguaggio, ma intendendo per linguaggio qualcosa di molto più generale, profondo e ampio di quanto non abbiano fatto il futurismo russo o le avanguardie tardo-novecentesche. linguaggio è tutto il nostro sentire, poiché tutta la nostra psiche (ex anima) è una costruzione di linguaggio, è una schiuma di linguaggio. è il linguaggio, e specificamente il linguaggio più profondamente, biologicamente e veracemente aderente al nostro corpo, e dunque il linguaggio poetico, che ha sempre strutturato il nostro sistema di valori, ha sempre fabbricato e costituito il nostro sentire, dalla paideia greca basata su omero, alla teorizzazione comunista (non è Il capitale uno splendente aggeggio di parole?), all’attuale psicopoiesi di tv e web.

Non credo invece che nella vita politica di una società, un popolo o uno stato incidano significativamente le decisioni legislative, e politiche in senso ordinario. lo stato ugandese non sarebbe più efficiente con le leggi tedesche, nello stesso modo in cui lo stato tedesco funzionerebbe egregiamente con le leggi ugandesi. la camorra nel suditalia non è l’effetto della devianza di qualche anima prava, ma la precisa espressione di un sistema di valori diffuso. il gesto del camorrista è sorretto dall’omertà o la connivenza del vicino, e ancor più dalla ragazzina con la foto del camorrista nell’iphone, e non avrebbe potuto attecchire in un sistema sociale che non lo contenesse già. nessun inasprimento di pena potrebbe debellare la camorra, così come nessuna legge potrebbe governare la finanza, cioè il vero sistema generatore di sperequazione nel mondo contemporaneo, giungla proliferante dell’io e dell’interesse, inestricabile e inafferrabile, poiché capillarizzata nel web e sovranazionale. e con quale legge ricostruire il sentimento che lega l’uomo alla natura, e invertire il progressivo processo di abbandono delle campagne, ovvero con quale legge ricostruire il nostro rapporto col mondo reale?
è il senso di responsabilità individuale, il senso etico e il sistema di valori diffuso di un popolo che determinano il suo grado di civiltà o inciviltà, efficienza o inefficienza, giustizia o ingiustizia (al contrario di quanto ci fa comodo pensare, per scaricare i nostri mali sempre su un astratto e espiatorio leviatano, come piace fare ai cosiddetti populisti). Di legge ne basterebbe una: non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te, tutto il resto è ridondanza, scoria e infine burocrazia.
Dunque il legame fra scrittura e politica è soprattutto l’etica. Una scrittura vera, originale in quanto originaria, libera e aderente al corpo, che dica il corpo, ma che al contempo si fondi nella consapevolezza dei nostri limiti nel mondo, costruisce un sistema di valori più fondato, e costruisce un mondo più giusto.

la Storia non è un meccanismo autonomo, un grande ingranaggio che conduce irresistibilmente i corpi verso un destino vittorioso. la Storia non è qualcosa – questa semmai è la biologia, la filogenesi. non esiste la Storia dei cani; così come non esiste il Popolo dei cani. la Storia e la Massa sono i 2 termini che utilizzati come un segno retorico, come un significante sottile, hanno determinato l’errore linguistico delle rivoluzioni del 900. la Storia e la Massa sono cose umane, sono risultanti di io, di psichi, sono ingranaggi, che impegnano ruote, dentiere e leve fatte di un materiale molle, quello della psiche, e dunque della lingua, e che obbediscono a leggi di trasmissione, grosso modo, e fino a un certo limite, ugualmente meccaniche, o comunque organiche, ma assai più complesse, vertiginose, indeterminate e liquide di quelle di una macchina rigida.
anche il più sottile analista della rivoluzione russa, lev trotzky, disconosce freud, heisenberg, e soprattutto heidegger e tutta la riflessione sul linguaggio che rappresenta l’essenza del pensiero del 900 – in una grande nuvola che ingloba ermeneutica, strutturalismo, fenomenologia, semiologia. trotzky applica semmai un’ermeneusi  psico-linguistica ai rappresentanti del potere – zar e famiglia, boiardi – e agli esseri umani individualmente responsabili della degenerazione o deviazione dagli ideali rivoluzionari – stalin – ma mai al soggetto e oggetto della rivoluzione,  l’individuo di cui la massa è un aggregato. la massa resta la massa, cioè un ammasso. la massa resta un oggetto liscio, un feticcio, che non si ha il coraggio di scalfire, per scoprire che è fatta di una sostanza sanguinolenta, oscura e sfuggente che forse conosceva meglio la teologia o la letteratura borghese. nel caso migliore trotzky, anima bella,  trova in quell’abisso che è la psiche dell’individuo solo la passione rivoluzionaria.  non ci trova la tracotanza biologica che spinge il vivente a introiettare e colonizzare, non ci trova l’angoscia e lo sbigottimento del nulla, non ci trova l’entropia, la carne e il piacere, e men che meno si avventura alle soglie del punto di insignificanza, oltre cui non vale nessuna bella teoria – e non ci trova, naturalmente, il rinoceronte che ne E la nave va di fellini viaggiava al centro della stiva.
Proviamo a prelevare quasi a caso un reperto di questa massa, e a scomporlo e dunque analizzarlo più radicalmente. Nella Storia della rivoluzione russa, trotzky pone a un certo punto un distinguo fra la rivoluzione turca, che fu guidata dagli ufficiali dell’esercito, e la rivoluzione russa, alla cui guida marciavano gli operai.  ma questi operai che guidavano gli altri, erano i cristi (posto che lo stesso cristo non fosse un carismatico e un benefico manipolatore di coscienze) e le madonne del popolo, i miti e i reietti, gli individui omega, oppure gli alfa, i capetti del circondario, gli zar e i potenti del quartiere? la questione è decisiva, perché probabilmente proprio quei capetti sono poi diventati i famigerati quadri dei soviet russi o cinesi, quelli che con i privilegi che si sono progressivamente attribuiti, hanno minato l’idea fondante, il mito che più profondamente sorreggeva la rivoluzione, quella dell’uguaglianza – fino a trasformarsi negli attuali miliardari post-socialisti. la legittimazione dell’usciere diventato presidente del tribunale, secondo le parole stesse di trotzky, è dovuta all’aver vinto, ovvero all’aver fatto prevalere la propria forza. il non aver fatto parte della classe degli oppressori, è una non-colpa ma non un merito, e storicamente il conflitto fra dominante e dominato, fra leader e servo, non è stato superato, ma solo trasferito all’interno di una stessa classe. la disuguaglianza si frappone fra gli uomini non appena essi si distinguono, si individuano. è come se fosse prodotta dalla discontinuità stessa che li separa. così come, radicalizzando, la proprietà privata potrà essere abolita, e i beni materiali collettivizzati, quando potrà essere collettivizzato il mal di denti. nei socialismi reali di fatto il padrone è stato sostituito con un leader, e il dio in cielo con un dio in terra (così come nella società contemporanea con un dio in tv, il divo). ebbene, io penso invece che l’unica divinità che dobbiamo riconoscere, è il dio che siamo, il dio che fa esistere qualcosa dal nulla e che possiamo chiamare io, se diamo a io un'accezione non psicologica ma ontologica. credo che ognuno debba essere l'eroe di se stesso e il dio di se stesso, credo anzi che il compito di ciascuno sia diventare l'eroe e il dio che è.

Dunque una rivoluzione fondata deve investire meccanismi più profondi di quelli sociali e organizzativi, deve modificare – rivoluzionare – i meccanismi psicologici e linguistici che nell’animale uomo determinano ranghi gerarchici e scale valoriali quasi sempre ingiusti, perché
ereditati di peso dai meccanismi di dominanza del mondo animale, deve rielaborare quei valori. questo è l’unico compito che si può assumere una nuova sinistra (e questo in qualche misura intendeva anche vendola, quando alla domanda: che differenza c’è fra lei e berlusconi, rispose: io ascolto wagner, lui apicella...)
un esempio di analisi fondata in questo senso è certamente il famoso capitolo sul servo e il padrone delle fenomenologia di hegel, ma marx ne ha tratto le sue conclusioni in maniera rigorosamente consequenziale? ad ogni modo nelle applicazioni reali di questo non è restato più niente.
il rapporto al trascendente è in tal senso imprescindibile, ma inteso come capacità di situarci in uno spazio assoluto, di chiederci che siamo in termini non solo psicologici, antropologici o sociali. una proposta politica nuova non va fondata su inerti buone intenzioni e fittizie teorie, ma nelle passioni e pulsioni reali degli uomini, e queste pulsioni, a loro volta, vanno situate nello spazio assoluto, indecidibile, abissale in cui sono radicate, lo spazio del non-linguistico.

io sostengo dunque che allo stesso titolo dell’analisi hegeliana va posta a fondamento di una insurrezione o rivoluzione o evoluzione possibile e necessaria la teologia mistica di pseudo dionigi l’aeropagita, o la poesia di rimbaud o la scrittura di un nancy – che incidono sui meccanismi stessi di percezione psico-linguistica. quello che serve è un’insurrezione percettiva. è una visione che si riallaccia più che agli sperimentalismi del ‘900 alla lettura lacaniana di freud, nei cui termini il sistema di significanti che articola la psiche può essere trasformato agendo sui significanti.
una lingua nuova estrarrà dall’infinito possibile un mondo nuovo, e un uomo nuovo che contenga e sia contenuto da quel mondo. un uomo che coglierà rapporti logici nuovi fra le cose, che le strutturerà fisicamente in maniera diversa e applicando regole e inferenze linguistiche diverse, che potrà ad es. non essere sensibile allo spazio fra le cose, e gli uomini, ma ritenerle adese e solidali, appena scandite in un continuo, o potrà porsi in un rapporto diverso ai colori, alle forme e alle materie. che vedrà nel posto del giallo un giallo più giallo, o che non è tanto giallo, o è come se fosse giallo, e condenserà i misteriosi vapori dell’inferenza di cui scrisse wittgenstein in un alambicco nuovo, che sommando 2+2 otterrà un 4 che sconfina dal 4, o un 4 arricchito, o un 4 blu, e che comunque abbia incorporato la consapevolezza di essere un 4 umano, e sia perciò un po' inumano, e non faccia più 4, o non lo stesso 4.
questa sarà la nuova politica, e questo è secondo me l’unico compito che può proporsi una nuova sinistra, e chi ancora crede che le generazioni future possano “liberare la vita da ogni male, oppressione e violenza, e goderla in tutto il suo splendore”.  (trotzky, testamento)
 

p.s. tutto ciò è velleitario? io credo che le idee che abbiano un fondamento profondo in tempi più o meno lunghi possano diffondersi e radicarsi, così come, ad esempio, è accaduto alla stessa idea di uguaglianza, o alla visione e "sensibilità" ecologista, che 40 anni fa appena poteva sembrare visionaria, ed oggi è un patrimonio comune acquisito e metabolizzato.  

p.s.2 e chiudiamo con Baudrillard, da Lo scambio simbolico e la morte: “Non si distruggerà mai il sistema con una rivoluzione diretta […] Tutto ciò che produce una contraddizione, un rapporto di forze, dell’energia in generale, non fa che ritornare al sistema e dargli nuovo impulso, secondo una distorsione circolare simile all’anello di Möbius […] Non si vincerà mai il sistema sul piano reale […] Ciò che occorre è quindi spostare tutto nella sfera del simbolico, dove la legge è quella della sfida, della reversione, del rilancio”.

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