domenica 14 giugno 2026

Gli ii (estratto)

                                                                          

                                                                       (alice in poltrona)


a volte sto “qui”, questo qui qui

a volte, 10 cm a sinistra

questo spazio, è già lingua

 


scrivere è eseguire lo spazio

 

 

un io mi “stava meglio”, era questa l’unica ragione per impersonare quelle trippe, frattaglie e marciumi dispersi nel cosmo 

 

 

il nome si impone all’innominabile, ma per nominarlo deve delimitarlo. il rosso è un rossore scorciato, il cane una caninità ritagliata, definita. Livio una liviosità diffusa, che viene ridotta ai suoi fonemi.

questa cosa si costringe, si rattrappisce nella lingua.

 

 

“Livio!”. c’è del mio corpo in qualche punto, con quella sua forma di essere umano e la sua consistenza elastica e colorito brunastro, in un punto molto prossimo alla mia corteccia visiva. c’è poi dell’io che si addensa, si coagula in un’area mobile percepita come interna a questo punto. c’è del reticolato spaziale e temporale in cui quell’io situa il corpo e se stesso. questa miscela caotica degli altri la invocano configurando certe fricazioni della glottide.

 

 

non sono io a vedere. io sono solo quello che interpreta una serie di informazioni e istruzioni linguistiche. c’è qualcuno, rannicchiato dietro la retina, che guarda. dire che è l’anima, è lo stesso che dire che è Dio.

 

 

perché le cose non esistono mai esaurientemente, ma solo come un colpo di scena, sovvertendo un’assenza precedente?

l’allestimento della realtà inscenata davanti a me… il fondale pallido del cielo serale … la pizzeria illuminata… i pupazzi imbottiti degli uomini dietro la vetrina… tutto è “come se” esistesse, perché sono io che “lo esisto”.

più che “essere”, le cose “sono l’essere”.

 

 

io estraggo la realtà da una gelatina di infinito… il marciapiede, la foglia, gli altri viventi… la foglia che vedo è la foglia rifratta dal mio corpo, è una porzione di infinito ritagliata e sagomata dal mio corpo. ma a sua volta lo è il mio corpo.  la realtà è questo tumulto di infiniti che si rifrangono.

 

 

un Dio che possa essere contenuto nel mio pensiero non è più un Dio. Dio è piuttosto chi pensa in me, chi pensa il mio pensare e il mio pensarmi, chi contiene il pensare Dio

 

  

provenendo da questo liviore diffuso, polverizzato nelle luci, nei contorni, negli oggetti, mi sistemo nel pronome io, e divento io

 

 

la sensazione continua che tutto è strano, questo sbalzarsi delle cose, l’esistenza delle forbici, gli spray e gli altri oggetti del bagno, gli spazi vacui e sfatti in mezzo, e qualcuno considerato livio, noioso, sempre lui… grazie che uno poi crede a Dio, qualcosa di meno incredibile. Dio non è altro che ciò che restituisce la normalità al mondo, a questa furiosa, bislacca e inconcepibile allucinazione.

 

 

la mela si protende di continuo a oltrepassare la parola mela. a ogni istante, la mela sfugge dalla mela che era l’istante prima, e che era incamiciata in “mela”. a ogni millimetro che cresce, la mela rossa, la mela consistente e pesante, la mela melacea, la mela colta sul fatto, spezza la maglia di suoni che la costringeva, esplode e si spappola nel non linguistico.

(è questo quello di cui si accorgono i poeti, gli spostati e i cani)

 

 

 mi sento le farfalle nello stomaco, disse il geco, e pensò di essere innamorato.

 

 

 

e questo io che non so neanche che è si dissolverà… e tutto quello che c’era… pouff… e non ci sarà stato


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