(alice in poltrona)
a volte sto “qui”, questo qui qui
a volte, 10 cm a sinistra
questo spazio, è già lingua
scrivere è eseguire lo spazio
un io mi “stava meglio”, era questa l’unica ragione per impersonare quelle trippe, frattaglie e marciumi dispersi nel cosmo
il nome si impone all’innominabile, ma per nominarlo deve
delimitarlo. il rosso è un rossore scorciato, il cane una caninità ritagliata,
definita. Livio una liviosità diffusa, che viene ridotta ai suoi fonemi.
questa cosa si costringe, si rattrappisce nella lingua.
“Livio!”. c’è del mio corpo in qualche punto, con quella sua
forma di essere umano e la sua consistenza elastica e colorito brunastro, in un
punto molto prossimo alla mia corteccia visiva. c’è poi dell’io che si addensa,
si coagula in un’area mobile percepita come interna a questo punto. c’è del
reticolato spaziale e temporale in cui quell’io situa il corpo e se stesso.
questa miscela caotica degli altri la invocano configurando certe fricazioni
della glottide.
non sono io a vedere. io sono solo
quello che interpreta una serie di informazioni e istruzioni linguistiche. c’è
qualcuno, rannicchiato dietro la retina, che guarda. dire che è l’anima, è lo
stesso che dire che è Dio.
perché le cose non esistono mai esaurientemente, ma solo
come un colpo di scena, sovvertendo un’assenza precedente?
l’allestimento della realtà inscenata davanti a me… il
fondale pallido del cielo serale … la pizzeria illuminata… i pupazzi imbottiti
degli uomini dietro la vetrina… tutto è “come se” esistesse, perché sono
io che “lo esisto”.
più che “essere”, le cose “sono l’essere”.
io estraggo la realtà da una gelatina di infinito… il
marciapiede, la foglia, gli altri viventi… la foglia che vedo è la foglia
rifratta dal mio corpo, è una porzione di infinito ritagliata e sagomata dal
mio corpo. ma a sua volta lo è il mio corpo.
la realtà è questo tumulto di infiniti che si rifrangono.
un Dio che possa essere contenuto nel mio pensiero non è più
un Dio. Dio è piuttosto chi pensa in me, chi pensa il mio pensare e il mio
pensarmi, chi contiene il pensare Dio
provenendo da questo liviore diffuso, polverizzato nelle
luci, nei contorni, negli oggetti, mi sistemo nel pronome io, e divento io
la sensazione continua che tutto è strano, questo sbalzarsi delle cose, l’esistenza delle forbici, gli spray e gli altri oggetti del bagno, gli spazi vacui e sfatti in mezzo, e qualcuno considerato livio, noioso, sempre lui… grazie che uno poi crede a Dio, qualcosa di meno incredibile. Dio non è altro che ciò che restituisce la normalità al mondo, a questa furiosa, bislacca e inconcepibile allucinazione.
la mela si protende di continuo a oltrepassare la parola
mela. a ogni istante, la mela sfugge dalla mela che era l’istante prima, e che
era incamiciata in “mela”. a ogni millimetro che cresce, la mela rossa, la mela
consistente e pesante, la mela melacea, la mela colta sul fatto, spezza la
maglia di suoni che la costringeva, esplode e si spappola nel non linguistico.
(è questo quello di cui si accorgono i poeti, gli spostati e
i cani)
e questo io che non so neanche che è si dissolverà… e tutto
quello che c’era… pouff… e non ci sarà stato
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