venerdì 21 dicembre 2018

Oh commissario...

Il commissario Magrelli, di Valerio Magrelli, è un libro semplice, prodotto da un gesto letterario semplice. Trattandosi di un libro etico, o parenetico, la semplicità serve a Magrelli per autenticare le sue asserzioni, e significa dunque: io non faccio letteratura,  non uso artifici, parlo a nome degli uomini – e dunque la legittimità di quel che dico è sancita dall’umanità a cui appartengo.
D’altronde, una lingua così esattamente semplice, se la può permettere solo lui. Il capzioso, complesso saggista di Vedersi vedersi, il funambolo del lessico e della metrica di Sangue amaro, il principe delle metafore spiazzanti, divaricate, ardite del Condominio di carne, comincia il libro così:
Visto che tutti i libri/hanno ormai un commissario/mi faccio commissario/ della poesia (dove anche il secondo “commissario” va inteso nel senso di poliziotto, e solo in ragione della sua nudità, come dire, si espone anche al senso più sottile e poetico di “incaricato” dalla poesia). La nudità di scrittura del primo Magrelli, era diversa... era un fare spazio in cui amplificare tutte le risonanze e i timbri della parola, un ungarettismo dimesso, diciamo, un’operazione simile a quella della musica minimale, insomma era altamente letteraria. Questa invece è una semplicità colloquiale, venata di comicità, idiomatica. Ma Magrelli riesce a trasmutare l’idioma in lingua poetica. Paradossalmente, la rende poesia proprio l’esattezza con cui viene sfrondata di marche poetiche. Ne viene fuori qualcosa di così liscio, che non può essere che frutto di una poiesis, e anzi di una techné.  Il significato viene garantito dall’inversione del processo di strutturazione.

Il protagonista del libro, il commissario Magrelli, non è affatto, o non solo, un ozioso enigmista, un risolutore di intrichi e misteri come tutti i commissari (da Poe in poi). E’ un giustiziere, un vendicatore, e assomiglia in questo più a Travis di Taxi driver o allo spietato per quanto molto piccolo Borghese di Monicelli. (Il commissario) Magrelli vendica gli offesi con soave implacabilità, con civile e trattenuta spietatezza.
La grande qualità del libro è proprio questa. Magrelli ha avuto il coraggio di fare poesia civile a pieno titolo, dopo averla anticipata nelle splendide sezioni “etiche” di Disturbi del sistema binario o nelle incursioni sul sociale di Sangue amaro. E di averlo fatto con una nitidezza, un vigore e una fierezza ormai inusuali, e per ciò stesso meritoria e salutare, a volte corroborante. La forza, l’intensità e l’anomalia stesse dell’istanza producono la giustificazione, come quando l’alzare la voce produce di fatto un diritto.
Ma le questioni che pone Magrelli, che Magrelli allinea con progressiva e implacabile meticolosità, sono vertiginose, la loro trama non si risolve come quelle dei casi del commissario.
Quel che dice (il commissario) Magrelli è inconfutabile, per es. a proposito degli sfregiatori: Avere un volto implica degli obblighi/ sfregiare il volto significa  firmare/ un’eterna rinuncia alla comunità  (dunque, traduciamo: ergastolo).
Ma allora come dobbiamo considerare tutto il discorso degli ultimi 2 millenni, che da Cristo (chi è senza peccato....) a Beccaria a Hugo a Foucault mette in discussione il senso della punizione?
Ma allora meglio non sarebbe un aborto collettivo programmato? Qual è il senso della punizione, al di là della redenzione bodleriana e dostoievskiana? Perché far vivere degli uomini, per poi sottrargli la vita, aggiungere e sottrarre vita? La sanzione non è un raddoppio del crimine?
Il pensiero non decide, ci ricorda Nancy, la decisione è presa dal corpo, questo corpo se decide male, il male, va punito. (va iscritta la colpa in quel corpo, proponeva letterariamente Kakfa)
Ma se la morale è decisa dal più forte, si va a finire a questo: il più forte deve punire il più debole, che è l’inverso di quello che auspica Magrelli.
A questo punto, possono sorgere altri dubbi. La collera del commissario, è a sua volta generata dal senso umanitario, dall’etica, dal diritto -  o dalla paura?
Ma fino a che punto abbiamo diritto alla paura?
Certo, ci dice Magrelli di Magrelli, questi è mosso dalla commozione, dall’amore, non dalla paura... è un buono che reagisce, una “pecora da combattimento”. Ma Nietzsche ci avrebbe creduto?

Questo libro, è un libro, e infatti Magrelli “si fa “ commissario perché “tutti i libri” hanno un commissario. Ovvero, è finzione. Ma stabilire fino a che punto è realtà, o auto-fiction (si dice), fino a che punto Magrelli coincide col commissario, è altra problematica, forse non oziosa. Certamente il commissario si fa portatore delle collere e le bili (strozzate) di Magrelli, ma ad es. in Il violino di Frankstein (da cui il libro trae vari spunti) Magrelli giudica la tolleranza cattolica “un bottino di guerra”, mentre il punto di vista del commissario, che lo rivendica come una grande e indiscutibile conquista dell’evoluzione occidentale (che in realtà è cominciata 5000 anni fa nell’odierno Iraq) appare più ingenuo. Ancor più esplicitamente, in una delle liriche più forti di Sangue amaro, Magrelli si confessa ben più che insofferente, crocifisso dalle incombenze burocratiche e legislative care al commissario, fino a dirsi preso da “acuta nostalgia/per una forma di vita estinta: la mia”. Infine, il tono è costantemente ironico, e in paratesto il poeta si distanzia dall’ ”infantile sogno di giustizia “ del commissario. Certo questo sogno è infantile ma anche etico e senile, certo l’astrattismo e certo indubbio cretinismo di sinistra hanno indebolito quella responsione che è il senso di responsabilità e minato la coesione sociale, ma bisogna ammettere che infine l’enciclopedia del male che redige il commissario, il peana del legalismo, il catalogo del politically correct, vanno a sovrapporsi molto sospettamente, se non al populismo salviniano, che ha ascendenze molto diverse, al giacobinismo più estremo,  e ancor meno convincentemente alle banalità che quotidianamente ci propinano i tg. Si rischia così, al di là di qualsivoglia nobile intenzione, una pericolosa miscela del tg3 e il “fuori dal coro” del deprecabile Mario Giordano. Ma si sa, un commissario pensa da commissario, e in questo caso Magrelli ha anche escluso il contraddittorio del classico “aiutante”.

D’altronde la Legge che propone, dispone e impone Magrelli commissario, è garantita da Magrelli poeta che, lungi dall’osservarla, è tale in misura di quanto la trasgredisce. Ecco l’esempio in Dante: nel mezzo del cammin di nostra vita: violazione delle regole di economia espressiva, bastava dire: 35enne. Inutile poi sprecare ¾ di riga di preziosa cellulosa e andare d’accapo. Ed ecco Magrelli: credimi, commissarieggia . Errore blu,  il verbo commissarieggiare non esiste. pecora da combattimento: errore zoologico, la pecora è d’indole mite ecc. (enc. Treccani).  il criminale sia condannato a amore: errore semantico, il verbo condannare si adopera per prescrizioni punitive e spiacevoli. Correggi (in un’eventuale riedizione): sia premiato con l’amore. strano che chi si pente/ resti di meno in carcere./ ma non dovrebbe essere il contrario?/  “ciò che ho fatto mi fa così ribrezzo.../che voglio stare al gabbio un anno in più”. Trascurando l’uso del dialettale “gabbio” (errore rosso), errore teologico e psicanalitico: il pentimento riscatta e cancella la colpa. 
Questa contraddizione, se ammessa, ridurrebbe la poesia a un gioco formalista e estetizzante (animato da agonismo e feticismo) e la vita a una macchinazione da cui siamo vissuti passivamente, senza poterla comprendere o almeno esplorare ai limiti. Il commissario ha letto la Repubblica di Platone, ma esiste perché qualcuno non l’ha letta.

Dunque a questo punto sorgono ancora dubbi:
La poesia può ridursi a un documento, oppure a uno spazio franco del mondo, o non deve piuttosto costituirne un modello, laboratorio, o chiesa?
Davvero il mondo può essere salvato dalla legalità? E anzi dall’esportazione del prodotto legalità dalle democrazie occidentali al resto del mondo? Dall’ipeproliferazione di norme che nessuno rispetta? Dai fervorini di educatori e commissari?
Da una legalità fondata nella deterrenza? O comunque, davvero non c’è di meglio?
E’ sufficiente al poeta rivendicare con forza il fondamento sentimentale della morale e del diritto vigenti, o non è suo compito peculiare produrre una nuova morale? Una morale che tenda semmai a far coincidere l’essere col dovere, col de-habere?
Seppure legittima, è tempestiva, nell’attuale momento storico-politico, questa rivendicazione?
E’ di Magrelli il gran merito di aver suscitato tutti questi interrogativi...  perché i poeti, si chiedeva un filosofo... per lasciarci domande, è una possibile risposta.





PS nel riflettere sui dubbi suscitatimi da questo pur importante e efficace testo, mi rendo conto di non aver mai scritto dei libri di Magrelli che mi hanno più entusiasmato: Didascalie per la lettura di un giornale, Disturbi del sistema binario, Nature e venature, Sangue Amaro. La ragione è che parlare di questi libri, o risulterebbe poco interessante (una sequenza di oh e ah) oppure comporterebbe uno sforzo forse per me troppo impegnativo: spiegare perché una poesia è una poesia. spiegare le ragioni della scrittura, e con essa, se la scrittura poetica è nella mia concezione la più alta manifestazione umana, addirittura le ragioni dell’uomo... naturalmente, di fronte a un simile compito, ho sempre svicolato con me stesso...


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