domenica 11 ottobre 2026

3 note rapsodiche su Manzoni

                                                                               



non sai quel che dici, dice Lucia a Renzo che vuole fargli sciogliere il voto di castità, non eri te stessa quando l’hai fatto, l’accusa Renzo. i Promessi sposi sono una storia fatta tutta di persone che non sono se stesse, possedute e agite da passioni che rinnegano, da eventi che le sovrastano, e infine da Dio. questa è la cifra di tutte le opere profonde e vere, perché nel mondo nessuno è se stesso,

nessuno sa quel che dice, tutti sono fuori di sé, non sono in sé, sono corpi attraversati da impulsi estranei.

 

la caratteristica più suggestiva dello stile di Manzoni è per me l’uso frequente, aumentato, allargato di condizionali e congiuntivi, che avvolgono il racconto in una nube di indeterminazione e irrealtà, per delicatezza e per incredulità. gli incisi, le digressioni, i rimandi, le condizioni accentuano questo effetto. e infine anche il punto e virgola, questo reietto della grammatica, e che invece in Manzoni è l’interpunzione di riferimento, lavora in questo senso, permettendo di allungare, stirare, articolare, diffondere e a volte confondere i periodi, e i fatti contenuti in essi. d’altronde il punto e virgola è in sé interstiziale, sottile, quasi impalpabile, il lieve attrito del ritmo fra la giuntura della virgola e la chiusura del punto. M. è realista, ma non documenta, non riporta, non deposita sulla pagina la realtà, ma una trama di segni che racchiude una realtà possibile, che la imbozzola. la diffidenza per la realtà che fa la bellezza del suo stile, determina d’altronde anche il suo grande limite, la pavidità o forse viltà etica, l’incapacità di riconoscere la bestia nell’uomo, riducendo le sue passioni tragiche a sviamenti. questo quando già in Francia scriveva Baudelaire, in Russia Dostoievsky, e in Germania Holderlin.

 

sono sincero: se avessi avuto fra le mani il Fermo e Lucia come editor, non gli avrei dato un soldo bucato, avrei buttato fuori Manzoni a calci, e gli avrei consigliato di cambiare mestiere. è un libro scritto molto male, sono i Promessi sposi senza il genio dei Promessi sposi, senza la sua straordinaria qualità espressiva, stilistica, ritmica e narrativa. restano appunto “la serie dei fatti”, i personaggi, qualche raro dialogo, insomma la parte immaginativa (a parte differenze strutturali, ideologiche ecc.). o in somma diversa, i Promessi sposi che Moravia definiva una storia che fa ridere i polli (ammirando solo lo scrittore) e non quello che Sciascia considerava il maggior romanzo italiano. che è successo poi, che miracolo? non è stato cesello, né revisione o maturazione linguistica, è stata reinvenzione espressiva. a partire dal marzo 1824 (nell'edizione 27ana il miracolo era già compiuto) Manzoni vede la lingua, il che era accaduto finora solo per la poesia.

 

P. S. gli unici autori che hanno scritto al cospetto dell’intera lingua, diceva Calvino, sono D’Annunzio e Landolfi… ma andando indietro bisogna aggiungere Manzoni, e ovviamente Dante. 


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