martedì 12 gennaio 2021

Adelelmo Ruggieri, ingegnere e clown

scrivere poesie per Adelelmo Ruggieri deve essere una bella fatica. per scrivere le “sue” poesie A.R. deve infatti eseguire un gesto mentale anti-istintivo... invece di andare nella naturale direzione dell’ego, quella dell’amor proprio, del narcisismo, dello “scrivere bene”, lui si deve sforzare di scrivere peggio. abbassare la lingua, mortificarla, depigmentarla, sfrondare e potare ogni esuberanza, evitare i concetti, stroncare le emozioni, le pulsioni, le passioni, in una parola sminuire. ma allora perché pubblica in una collana di poesie,

perché ci sembrano poesie le sue liste della spesa, i suoi appunti sull’incarto del pesce (ci fosse ancora! oggi abbiamo le idiote “vaschette alimentari”!!), le sue confessioni afasiche, trattenute? dove è la poesia in questo libro di poesia? la poesia, stranamente, resta. è come una radioattività, è preterintenzionale. l’idea di A.R. è forse quella di Merleau Ponty, che l’immaginario è il sottile strato di impensato fra il pensiero che pensa e ciò che esso pensa. repressa, costretta, soffocata, disprezzata, dimessa, la poesia “scappa di mano” (espressione di Franco Arminio), riaffiora “povera et nuda” (e questo si sa chi è), rampolla, freme, stava evidentemente proprio nel mondo.

ecco il meraviglioso abbagliamento alla fine di un racconto che più ordinario e consunto non si può, ecco che il mondo ci commuove perché ci sta, perché qualcuno lo ha fatto e lo ha dimenticato là, perché non deve niente ai poeti, anzi è meglio che li evita, perché come in certi vecchi santini stinti la sua dolcezza e la sua gloria non stanno nel pregio della carta e nella tecnica sopraffina del disegnatore... o come in certi reperti di 10.000 anni fa... o nei sassi.

Ti stupisce tutto ormai
Madre cara, l'orto dopo l'argine
Sul fianco ripido della collina
I pali tutori a sostenere gli oleandri
Lavorati ad alberello, i camminatori
Come noi alla Bretella, ma il sole
Sta calando, è inverno, e a fare
La salita ci assale lo sconforto
Era tutto verde, era tutto campo
E quando rientreremo
Snervati dalla nostalgia, sul chi vive
Intanto che appoggerai il cappotto
Di velluto nero a coste fini
Mi chiederai se voglio
L'acqua calda con lo zucchero
Passa tutto, dirai abbagliandomi. 

     

questa era La Bretella, ed ecco invece Intonaci:

I muratori di là, nella stanza che ci vide

Così tanto lieti, stanno sistemando gli intonaci

Che le acque venute a giù dirotto nel cavedio

Del palazzo avevano danneggiato, gli è toccato

Spicconarli, è toccato rifarli, poi abili e pazienti

Le mani smisurate, daranno il bianco

E le pareti saranno come nuove, e io mi sento

Vecchio e grigio, ma delle volte no.

 

qui nell’ultima riga l’insignificanza dell’ordinario, la pesantezza edile della realtà (R. ha lavorato per anni come ingegnere) si inverte inopinatamente, fiabescamente e clownescamente. il guizzo vitale scatta quasi da solo, come una molla, e il mortale “mi sento vecchio e grigio” come per incanto si trasforma nel vitalista “ma delle volte no”. sembra di vedere il poeta-fanciullo (e qui penso a Palazzeschi) che dopo essersi concentrato sull’umile lavoro degli operai (un suo topos) si licenzia, e nel bel mezzo della frase se ne va saltellando in un campo fiorito, una Mary Poppins fra le farfalle fumettistiche e sgargianti, un po’ monello e mascalzone, un po’ furtivo e un po’ innocente, ma felice. quasi si potrebbe dire, con una battuta, che c’è più gioia in questo emistichio scappato di mano che nella stentorea e magniloquente IX di Beethoven. qui è la poesia, in questa resistenza alla consunzione, in questa ostinazione del linguaggio oltre la vita, in questa affermazione della vita (e chiudiamo la corolla di citazioni con Bataille) fin dentro la morte.

 

P.S. questo è il meccanismo generatore di tutta la poesia di A. R.. qui ovviamente lo abbiamo isolato in alcuni momenti esemplari, ma esso opera in maniera diffusa e meno evidente in tutto il testo, producendo scaglie, scarti, torsioni, fremiti a livello lessicale, o metrico, o sintattico ecc...

  

Adelelmo Ruggieri, Tre raccolte, peQuod 2020

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