mercoledì 26 febbraio 2020

le isterie mediatiche e la morte

qui non abbiamo da dimostrare nulla, nè da giocare a provocare su un'epidemia che comunque ha risvolti drammatici... osserviamo i dati in evoluzione... ma per ora sia i dati bruti (4500 morti) che le proiezioni (il picco stagionale è superato, non quello epidemiologico) confrontati ai 450.000 morti per influenza non giustificano in alcun modo il panico che si è creato. mi scuso se l'esperimento di stratificare e modificare il post in progress, dovuto alla concitazione del momento, ha prodotto risultati stilistici scadenti

la nuova epidemia è psichiatrica, si contagia con grande facilità attraverso una sostanza resistente agli antibiotici e perfino alle bombe, il linguaggio, e vettore principale ne sono i media: si tratta della paura del coronavirus.  contro i fonemi e i grafemi che si insinuano nelle porose strutture di linguaggio, nel neurone, quasi non abbiamo difese. il coronavirus di per sé fa meno morti di un’influenza (..ma i numeri sono in continua evoluzione) , potrebbe essere un quasi innocuo animalucolo fra gli infiniti altri che ci complicano la vita. ha innescato, però, una malattia molto seria che alligna fra le pieghe delle nostre psichi occidentali ormai devastate da fobie ricorrenti e pervasive di tutti i tipi: dei batteri, della vecchiaia, degli eventi naturali, degli eventi sociali, dello straniero e del diverso, della lotta, del rischio, delle passioni, di tutto ciò che possa rimandare alla morte, il vero grande nemico rimosso.
la vita dell’occidentale evoluto è diventato il grottesco e dissennato tentativo di espungere la morte dalla vita. crediamo di disinfettare le mani dai batteri col gel, in realtà
vogliamo disinfettare la vita dalla morte, ignorando che il vivente è una rara varietà del morto, e può nascere e sopravvivere solo a condizione di assumersi il rischio di tornare allo stato iniziale. la vita non è l’oltrepassamento della condizione inerte della morte, ma l’equilibrio dinamico e instabile di elementi morti, che sussistono e operano al suo interno, nel suo meccanismo segreto. è una verità piuttosto terribile, ma se non la riconosciamo e integriamo nei nostri comportamenti, non avremo con ciò dissolto il morto in noi, semplicemente lo avremo ricondensato nella forma di una fobia.  negare la morte, significa in realtà divenire preda di un'angoscia priva di causa, quella del bambino per il buio e del primitivo per il tuono.

d’altronde il coronavirus sembra avere tutte le caratteristiche delle entità metafisiche e sovrannaturali. c’è, ma non si vede. noi stiamo magari benissimo, ci sentiamo dei leoni, ma potremmo ugualmente avere il coronavirus, ed essere contagiosi. nessuno ha mai visto il coronavirus, nemmeno i medici, perché i malati vanno in realtà in rianimazione per le patologie pregresse, quello che si vede in rianimazione è la polmonite o il tumore. ma c’è, come dio, come il diavolo, come l’anima. esiste perché è detto. lo dice la scienza, lo dice la tv. la cosa è dunque inconfutabile. il nemico è invincibile, proprio perché inesistente (lo sapevano buzzati e ionesco). non ho nulla. sarà il coronavirus?


l’essere umano è una specie gregaria, in cui prevale il cervello rettile, e l’aumento esponenziale e composto della popolazione e dei segni che immette in circolazione nella semiosfera, ha rafforzato queste caratteristiche, al di là della patina di tecnologismo e razionalità. sono spiegabili solo in termini di contagio irrazionale non solo il fascismo e il nazismo, ma la maggior parte dei fenomeni più visibili dei nostri tempi, dalle bolle economiche ai rivolgimenti politici, dal divismo alla moda e agli influencer, dal rinato razzismo al groviglio infernale di leggi inutili che ci dovrebbe difendere da nemici sempre più fantasmatici. la storia stessa è mossa da questi meccanismi.


i messaggi del cervello rettile si propagano con meccanismi noti, ad es. il tono di voce, i movimenti del corpo o delle sopracciglia, e ovviamente il numero di persone che li emettono, tutti indipendenti dal valore di verità.  se io affermo per es. con tono rassicurante che oggi sono morte 11.000 persone, di ogni età e condizione fisica, per polmonite, nessuno se ne preoccupa, come di fatto non se ne sta preoccupando granché nemmeno il lettore in questo istante. se mi allarmo e grido: oggi 75 morti, quasi tutti ultra80enni,  per coronavirus, chi mi ascolta cade nel panico,  e lo propaga a sua volta. chi di noi in questi giorni, al primo colpo di tosse, non ha sentito il virus serpeggiargli nel corpo, salirgli addosso come un insetto?

l’errore più frequente degli esseri umano, animali semiotici, è scambiare il segno con la cosa (comunemente è quel che si ammette nell'espressione: credere alle apparenze). si sente dire: un’epidemia così non c’è mai stata. ma è evidente che epidemie così ce ne sono state molte, le ultime l’aviaria, la sars, analoghe, per non parlare di quelle più devastanti. quello che non c’è mai stato è un segno così, ovvero un allerta e panico mediatico di queste proporzioni.

l’isteria è stata naturalmente alimentata dai media, interessati  a vendere la merce-notizia, dalla politica, che da tempo ha rinunciato a ogni presa di posizione, e non fa altro che cavalcare i sentimenti e le ideologie dominanti, per non rischiare voti e per trarne vantaggi, ma intanto ha ridotto negli ultimi anni i posti letto della metà, e della finanza, che dal'introduzione dei derivati ha imparato a lucrare su ogni evento sociale amplificandolo in maniera criminale.

insomma molti fenomeni e meccanismi antropici  ben noti concorrono all’amplificazione abnorme di un fenomeno che pure è preoccupante, e deve indurre adeguate e razionali contromisure. 

ma il problema, in realtà, è più ampio e generale. poiché se il potere o i media inducono paura, è perché la gente ha paura. i media e la politica sono solo chi risponde alla nostra richiesta di paura.
qual è dunque la cura all’epidemia? è riconoscere la morte nel reale, quale momento naturale, assegnato, ineludibile del ciclo biologico e trasformare così la fobia, l’angoscia senza oggetto riconosciuto, in razionale preoccupazione, basata su un ragionevole e ponderato calcolo probabilistico. riconoscere il rischio di esistere, e affrontarlo.


P.S. la percentuale di mortalità da coronavirus più attendibile è quella dei dati cinesi, che peraltro hanno quasi del tutto arrestato l' epidemia, del 2,3%, quasi tutti ultra80enni già compromessi da altre patologie. ma il tasso generale di mortalità degli 80enni è del 10%, che si alza al 14% per il coronavirus, ma molto di più per qualsiasi altra patologia. questo scarto rispetto all'influenza dipende ovviamente dal fatto che al momento gli anziani non possono vaccinarsi, il che riduce contagio e sintomi, e questa è l'unica differenza a giustificare in parte l'emergenza.  ovviamente la situazione epidemiologica è in evoluzione, e al momento si leggono statistiche di ogni tipo. come fa rilevare la dr.ssa Gismondo, che dirige il reparto epidemiologico del Sacco di Milano, le statistiche di mortalità sono tutte per eccesso, perché valutano i decessi in rapporto ai casi ospedalizzati, confrontandole a quelle dell'influenza elaborate invece sui casi presunti.  secondo Ilaria Capua, virologa di fama mondiale, i casi silenti potrebbero essere 3 volte quelli sintomatici, il che ridurrebbe i reali tassi di mortalità a un terzo, al di sotto dell’influenza. anche il virologo, candidato al nobel,  giulio tarro usa toni molti diversi da quelli isterici dei media, parla di un influenza che può avere complicazioni, e attribuisce la crisi sanitaria al dimezzamento dei posti letto degli ultimi 10 anni. la valutazione per eccesso nelle prime fasi è tipica da decenni di ogni fenomeno mediatico, dai terremoti a ogni tipo di  evento naturale, incidente, infezione.  d’altronde, qui non vogliamo dimostrare niente, e siamo in osservazione dei dati in evoluzione. osserviamo tuttavia che l'anno scorso  nel mondo la polmonite ha causato 4 milioni di morti, l’influenza 500.000 morti, la malaria 250 milioni di infettati con 450.000 morti, quasi tutti bambini. questi bambini sarebbero vissuti felici senza malaria, sono tutti dunque morti PER malaria, e non CON il coronavirus,. la morte di un 80enne defedato può essere altrettanto dolorosa di quella di un bambino, ma non può ritenersi corrispondentemente grave il il morbo che ne è stato concausa. certo, è anche da considerare che i soli 4500 decessi con e per coronavirus sono destinati a crescere ma per ora ogni proiezione resta inconfrontabile. ci sono poi, per dire, 200.000 casi all’anno di lebbra, di cui una 30ina in europa e il resto nei paesi in cui andiamo tranquillamente in vacanza. ovviamente se si montasse una campagna mediatica, con foto e dati quotidiani, sulla lebbra nessuno metterebbe più piede in oriente e nelle americhe. avete mai sentito parlare  di questi problemi gravi e urgenti un telegiornale? in compenso abbiamo 30 servizi al giorno sul coronavirus. infine è lo stesso istituto superiore di sanità ad affermare che i casi  di morti PER coronavirus alla fine potrebbero essere in Italia solo un paio. mi conforta anche il punto di vista di agamben, che è certamente il pensatore a cui dobbiamo le analisi socio-politiche più acute e profonde di questi anni.  

tutto ciò, precisiamo, non significa che non esiste una nuova infezione, che in alcune zone, ad esempio a bergamo, ha assunto aspetti drammatici, e che è necessario cercare di controllare, applicando le regole del rispetto della distanza, del lavaggio delle mani e della limitazione degli assembramenti. 

Nessun commento:

Posta un commento